La giornata mondiale dei bimbi prematuri

giornata mondiale dei bimbi prematuri

La giornata mondiale dei bimbi prematuri

Oggi, 17 novembre, ricorre la giornata mondiale dei bimbi prematuri. Inutile dire che fino a pochi mesi fa non ne sapevo assolutamente nulla. Non solo di questa giornata, non sapevo niente di niente relativamente alla prematurità.

Ho scoperto tutto dal 7 marzo di quest’anno, quando è nata Caterina.

L’arrivo prematuro della mia bimba per me è stato del tutto inaspettato. Anche se abbiamo avuto dei segnali (accorciamento del collo dell’utero, un’infezione, la scarsa crescita della piccola) non pensavo proprio che sarebbe successo. Pensavo che avrei raggiunto il traguardo della settimana 34, e poi magari anche la 36, forse la 38, e avrei pensato che mi ero fatta venire tante paranoie inutilmente, che avevo fatto bene a stare a casa a riposo ma comunque tanto allarmismo era infondato.

E invece… Caterina è nata alla fine della settimana 32, parto naturale e spontaneo, nessuna sofferenza per lei e per me. E’ nata sana e forte, solo tanto tanto tanto piccina, meno di 1,5kg (era anche sottopeso rispetto alla sua età gestazionale…giusto per non farci mancare nulla).

Siamo stati, tutti e 3, catapultati in un mondo nuovo, fatto di un sacco di dettagli di cui ignoravamo l’esistenza.

Niente rooming in, niente allattamento a richiesta, niente tutine e body da portare al nido per i primi cambi della piccola, anche se i suoi vestitini erano già pronti, preparati nei sacchettini con il nome come richiesto. Al loro posto c’è stata la scoperta del quinto piano dell’ospedale dove ho partorito, dove c’è il reparto di terapia intensiva neonatale. Una nuova routine fatta di camici verdi usa e getta, mani da lavare e rilavare, fatta di tiralatte e soprattutto segnata dal non poter prendere in braccio la nostra bimba, non per i primi giorni almeno. Potevamo solo aprire gli sportellini della sua incubatrice e accarezzarla. E avevamo quasi paura a farlo, tanto era piccola e all’apparenza fragile. E poi la sera, quando era il momento di andare via, salutarla, augurarle la buonanotte, prometterle che saremmo stati lì da lei la mattina dopo, e andare via. Senza di lei. E tornare a casa era triste, perché ormai eravamo abituati ad essere in tre da qualche mese, anche se lei era ancora nella pancia…era comunque lì con noi. Invece in quelle sere la sensazione era che mancasse qualcosa. La nostra bimba non era più nella pancia…eppure non era tra le nostre braccia, non era nella sua cameretta, non era a casa con noi.

Ricordo ancora tutto di quel periodo, il voler passare in ospedale più tempo possibile, gli appuntamenti con il tiralatte, da rispettare religiosamente e che non pesavano perché sapevo di fare qualcosa di buono per la mia cucciola, l’ossessione per i parametri che continuavo ad osservare sul monitor dietro la termoculla, battito, saturazione, il continuare a chiedere alle infermiere “quando potrò prenderla in braccio?” e lo stato di ebrezza e confusione quando finalmente mi hanno detto “mamma (si perché in TIN l’attenzione era tutta per i bimbi, di cui le infermiere sembravano ricordarsi ogni piccolo dettaglio, noi eravamo tutte “mamma”), ma lei non ha ancora preso la sua bimba? Si sieda che gliela metto in braccio!”.

Quel fagottino, avvolto nel lenzuolino e poi ancora nella copertina per non farle prendere freddo, in testa quel micro-cappellino di lana morbida…era talmente leggera da non accorgersi neanche di averla in braccio!

E ogni mattina le domande di rito: quanto pesa oggi? Ha mangiato? Ma in generale sta bene? E ricordo quei micro pannolini, specifici per i bimbi piccolissimi, che a lei stavano comunque enormi e le arrivavano praticamente fino alle ascelle.

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La guardavo.

Passavo le ore a guardarla nella sua incubatrice, a studiare ogni suo più piccolo dettaglio. Quelle manine scarne, le dita lunghe e finissime, i piedini, le ginocchia, le costole che si potevano contare, la pelle tanto trasparente. E quegli occhioni svegli, attenti, quel pianto forte e deciso quando la fame si faceva sentire, o quando semplicemente reclamava contatto e coccole.

Siamo stati fortunati, adesso lo capisco, anche se in quei giorni non me ne rendevo conto.

Caterina è nata con una prematurità definita leggera, nessuna patologia, i suoi polmoni sono stati subito pronti a respirare autonomamente, si è subito attaccata alla tettarella per mangiare. Non abbiamo dovuto vedere la nostra meravigliosa bimba con mille tubicini, per respirare e per mangiare, e psicologicamente credo sia molto. Il nostro “soggiorno” è stato relativamente breve, 40 giorni in tutto, e dopo i primi 10 siamo stati spostati nel reparto di patologia neonatale di un ospedale più piccolo e più vicino a casa. Lì c’erano meno bimbi, anzi in patologia spesso Caterina era l’unica, e le infermiere ed i dottori si sono affezionati a lei e a noi. Con alcuni si è instaurato un rapporto di confidenza e fiducia, si prendevano cura di Caterina con affetto, la coccolavano quando noi non eravamo lì, e coccolavano anche me nei momenti di paura, asciugando le mie lacrime e rassicurandomi perché sì, Caterina stava bene.

E poi finalmente è arrivato il momento che tanto aspettavamo, quel “domani la dimettiamo” che non vedevamo l’ora di sentirci dire.

Anche se da lì sono iniziate altre paure, quelle che hanno tutte le mamme credo…

So che la nostra esperienza è una delle più rosee, ci sono molte situazione peggiori della nostra, tempistiche molto più lunghe, problemi molto più seri. Ogni bimbo, ogni famiglia ha la sua storia ma credo che ogni mamma che ha passato questa esperienza non dimenticherà mai quelle sensazioni, quelle paure, quelle grandi gioie per ogni piccolo traguardo.

IMG_0592-001Oggi è la giornata mondiale dei bimbi prematuri, un altro giorno in cui essere grati per lei, per la sua forza, per quello che ci ha fatto scoprire, per questa nuova vita che ci sta insegnando ad amare ogni giorno di più. Un giorno per dedicare un pensiero ai bimbi che stanno affrontando la loro battaglia come piccoli grandi guerrieri, ed ai loro genitori. Un giorno per dire grazie a chi ci è stato vicino in quei giorni, alle infermiere dell’ospedale di Sesto San Giovanni che ci hanno accolti come una famiglia, ad associazioni fantastiche come Cuore di Maglia che ha permesso alla nostra cucciola di stare al calduccio con cappellino, sacco nanna e copertine a misura di prematuri. E grazie alle nostre famiglie ed ai nostri amici che ci sono stati vicini durante tutto quel duro periodo. Ma soprattutto grazie a Caterina, per non essersi arresa, per aver combattuto, e mangiato, ed essere diventata la splendida vivacissima bimba che ora dorme tra le mie braccia.

Girovagando tra siti che parlano di prematurità ho trovato questa dolcissima “poesia” che ovviamente mi ha fatto venire le lacrime agli occhi.

Un abbraccio a tutte le mamme “premature”.

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